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07/06/2016, 18:49

attestazione di conformit, atto pubblico, prova legale, Processo Civile Telematico, avv. Gianmaria V. L. Bonanno





 



Il nostro amico Ciro Salmieri ci ha evidenziato un post sul gruppo Facebook PCT in cui una Collega ha riportato una richiesta da parte di un giudice di fornire la prova "che l’indirizzo PEC cui avete notificato sia stato estratto dal Registro INI PEC, non mi basta la vostra dichiarazione nella relata".
A dire il vero, non è la prima volta che leggiamo o sentiamo richieste assurde di questo tipo... così ci è venuta in mente una nuova legge di Murphy: la "Legge sull’aritmetica probatoria delle attestazioni di conformità" che ne rappresenta la situazione in modo scherzoso, ma tutt’altro che sbagliato.
Il potere speciale conferito dalla legge al difensore di compiere le attestazioni di conformità e di autenticare gli atti e i provvedimenti, contenuto in varie disposizioni legislative, è un potere che è stato a lungo auspicato dagli avvocati, sicuramente non per ottenere vantaggi personali e/o di categorie, bensì per agevolare, velocizzare e semplificare alcuni adempimenti processuali e quindi il processo, con la conseguenza di sottrarre alla mera contestazione delle parti e alla libertà valutativa del giudice il giudizio su determinate attività, la cui responsabilità della correttezza ricade sul difensore.
Richieste come quella in esame sono, anzitutto, fortemente offensive e gravemente lesive della dignità della categoria forense, la cui credibilità, evidentemente, viene sempre e continuamente messa in discussione, anche attraverso comportamenti di questo tipo.
Il potere di attestare la conformità e di rendere autentiche le copie di atti e provvedimenti ai sensi dell’art. 16 undecies dl.179/2012 e dell’art. 6 l. 53/1994, per la parte di cui si discute, trae la propria forza vincolante dalla qualifica di pubblico ufficiale attribuita al difensore che compie tali attività, conferendo ai documenti oggetto dell’attestazione l’efficacia dell’atto pubblico ex art. 2700 c.c., limitando, da un lato, le contestazioni delle parti e vincolando ad un giudizio oggettivo, dall’altro, il giudice, a cui, eccezionalmente e in deroga al principio del libero convincimento, non è consentito ai sensi dell’art. 116 c.p.c. sindacare, né valutare ed apprezzare, più o meno prudentemente, la provenienza e il contenuto dei documenti.
La qualifica di pubblico ufficiale conferita al difensore e la relativa elevazione al rango di "prova legale" del documento asseverato è gravata, evidentemente, dalle responsabilità di tipo sostanziale, processuale e disciplinare, attribuite allo stesso per il compimento delle relative attività, e i rimedi contro eventuali abusi, ovviamente, dovrebbero essere usati con la medesima gravosa e speculare assunzione di responsabilità da parte di chi ne volesse contestare la forza e la valenza, sia esso il giudice che dovrà procedere alla trasmissione degli atti al pubblico ministero ex art. 331 c.p.p., sia essa la controparte che dovrà procedere con la querela di falso exart. 221 c.p.c..
È proprio per tutti questi motivi che, quando ci confrontiamo concretamente con i Colleghi durante i nostri convegni, sulle conseguenze giuridiche sostanziali e processuali dell’errata od omessa attestazione di conformità, non facciamo che insistere e ribadire il concetto che un atto e/o un provvedimento autenticato correttamente è sicuramente e pienamente protetto dallo "scudo" normativo della pubblica fede, sottraendo, così, il difensore dal compimento di talune attività dimostrative della correttezza del processo di formazione della "prova legale", la cui provenienza e il cui contenuto potrebbero legittimamente essere contestati sic et simpliciter solo ed esclusivamente in assenza di una attestazione regolare, al di là, si ripete, delle speculazioni tra nullità, inesistenza, irregolarità, raggiungimento dello scopo, regolarità e identità sostanziale, conservazione degli atti e così via...

Avv. Gianmaria V. L. Bonanno


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